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Rosa rosa amore mio - Recensioni

Rosa rosa amore mio - Recensioni -          Orientalia editrice

Un interessante esperimento: la Cina "sicula" di Anna Di Toro in "Rosa rosa amore mio" di Wang Zhenhe

Rosa rosa amore mio

Roma, Orientalia , 2014

Anna Di Toro si deve essere proprio divertita a riscrivere in un mix di italiano e  dialetto siciliano, inframmezzato di anglicismi, questo romanzo taiwanese degli anni Ottanta, che racconta di un progetto di formazione (treininghe) di prostitute (caruse) destinate ad accogliere soldati americani in licenza dalla guerra del Vietnam.  Il riferimento è ad un episodio effettivamente accaduto nel 1968, l'inaugurazione a Hualian di un bar per gli americani

Turtti sappiamo quanto sia difficile tradurre o addirittura capire una barzelletta in lingua straniera, tante sono le sfumature e le sottigliezze che si devono conoscere per cogliere un gioco di parole o uno slittamento di significato. Altrettanto vale per un testo comico, tanto più se infarcito di espressioni dialettali o di una lingu reinventata come quella di Camilleri:  tant'è vero che ci chiediamo come se la cavino i traduttori per le versioni francesim inglesi o tedesche del Commissario Moltalbano.

Da buona linguista e sinologa stavolta Anna Di Toro ha trovato un escamotage per far apprezzare al lettore italiano uno scrittore cinese da lei molto amato. Lo ha riscritto e adattato al contesto siciliano, sua patria d'origine, usando il suo dialetto catanese di origine.

Ne esce fuori un pastiche intrigante che dovrebbe incuriosire non solo sinologi e filologi, ma sfidare il lettore comune di un mondo ormai GLOCAL.

L'autore nato nel 1940 e scomparso giovane nel 1990 sarebbe probabilmente anche lui intrigato dal ritrovare i suoi personaggi trasposti in figure della lontana isola Mediterranea: ma i rapporti tra Sicilia e civiltà cinese sono antichi, come molte tesi coordinate dalla Professoressa Di Toro all'Università per stranieri di Siena hanno documentato.E da buona siciliana Anna Di Toro si lancia in un lavoro creativo, nel suo catanese natio, per ritrovarsi in sintonia e non appiattire lo stile dell'autore. Una soluzione paradossale, da meditare, in cui si rinuncia a tradurre e si sceglie di ADATTARE, riadattando anche i riferimenti storici e culturali.

In  appendice dà conto minuziosamente del lavoro fatto, così come nella prefazione argomenta la sua scelta con riferimenti autorevoli ed esemplificazioni convincenti.

Resta però al lettore il dubbio se stia leggendo Wang Zhenhe o Anna Di Toro e se alcune felici invenzioni vadano accreditate all'uno o all'altra, pur nella godibilità dell'operazione.

(Silvia Calamandrei)