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Prossime presentazioni

Prossime presentazioni -          Orientalia editrice

Lussuria e pregiudizi imperiali - Pagina 99

Lussuria e pregiudizi imperiali - Pagina 99 -          Orientalia editrice

«Oggi vi racconterò di un uomo straordinariamente brutto e vile d’aspetto, che per aver lasciato dimorare il suo cuore nell’impuro diede luogo a una storia veramente fantastica!».
Cominciano  così Le avventure di un ragazzo brutto, novella a tratti pornografica e a tratti omoerotica scritta intorno al 1630 nella Cina del sud, all’apice storico e geografico della di nastia dei Ming. L’ordinario di lingua e letteratura cinese Giovanni Vitiello, che proprio sull’omosessualità maschile della Cina tardo imperiale si è specializzato, non riesce ad accedere alla  copia  conservata  nella  biblioteca di Pechino ma consulta quelle conservate a Taiwan e in Giappone e, tramite una serie di casualità, entra in possesso di una trascrizione proprio a Berkeley, dove all’epoca  era  ricercatore.  Il racconto, magnificamente  tradotto, segue  le gesta di Niu Jun, studente di rara intelligenza bullizzato dai suoi compagni perché «brutto e bizzarro d’aspetto». Attraverso l’espediente narrativo del sogno, il ragazzo verrà trasformato in adone, scoprirà le gioie della sodomia e diventerà regina.  Godrà anche di donne vestendo prima l’identità maschile e poi quella femminile. Infine, dopo esser stato violentato da centinaia di soldati, con lo «spirito provato» e il «culo rotto», si risveglierà convinto ad abbandonare sia la lussuria che gli studi confuciani per ritirarsi nelle montagne a seguire «il cammino della perfezione spirituale».
Cecilia Attanasio Ghezzi

Le avventure di un ragazzo brutto - Recensioni

Le avventure di un ragazzo brutto - Recensioni -          Orientalia editrice

Corpo a corpo con il desiderio fatale

- Simone Pieranni, 04.02.2017

Cina. Apprendistati alla sessualità attraverso due testi che, dalla Cina a Taiwan, ne raccontano gli elementi culturali. Il primo è del 1600 e ha come titolo «Le avventure di un ragazzo brutto». L'altro è «Le ultime lettere da Montmartre» della scrittrice Qiu Miaojin, icona lesbica scomparsa a soli 26 anni

Fa un certo effetto leggere Le avventure di un ragazzo brutto (traduzione e cura di Giovanni Vitiello, Orientalia, 13 euro), romanzo omo-erotico pubblicato intorno al 1630 in Cina, alla luce dell’attuale politica della dirigenza pechinese in tema di omosessualità, basata sui tre no: «Non si approva, non si disapprova, non si promuove». O forse leffetto è determinato dalla grandezza della letteratura, capace di irridere il potere anche a secoli di distanza.

OGGI FINALMENTE in Cina lomosessualità non è più considerata una malattia e benché resistano ancora cliniche «per guarirne», il movimento Lgbtq ha ottenuto importanti risultati. Per chi poi ha una curiosità vivace, un simpatico gioco della copertina de Le avventure di un ragazzo brutto permette di schernire anche chi, ancora oggi, ha un atteggiamento serioso e ufficiale nei confronti di certi atteggiamenti della leadership cinese: il potere ha il pregio, talvolta, di rendersi ridicolo, per fortuna.

Il racconto presentato dalla collana «Classici» di Orientalia è stato scritto poco prima della caduta della dinastia Ming (1368-1644) e fa parte di una raccolta di novelle dal titolo Essenze fragranti di primavera, scritte da un certo Maestro Cuor di Luna Ebbro del Lago Occidentale, a indicare probabilmente uno pseudonimo in grado di suggerire la provenienza geografica (Hangzhou, in particolare).

La storia narrata è la seguente: il giovane Niu Jun è un ragazzo brutto e viene evitato dai suoi amici. Anzi, in occasione di una celebrazione della primavera, ovvero dell’amore, è tagliato fuori dai festeggiamenti dei suoi coetanei. Ma a Niu Jun improvvisamente è concesso «un destino parallelo»: si ritrova bello e gli viene permesso di navigare nei suoi sogni di piacere. E al primo posto nella sua classifica dei desideri erotici cè quello omosessuale; non è l’unico ma è il preponderante. Niu, effettuando una trasformazione di genere completa, diventa così la Regina, consorte del Re del Regno dei Figlimaschi.

Si tratta, come sottolineato nella postfazione, dell’unica relazione a cui Niu Jiu sarà interessato, perché nel bel mezzo di ogni sua peripezia, è dal Re che vorrà tornare. Poi la Regina Niu si congeda dal Re, per adempiere al rituale necessario affinché possa avere un figlio. Nel suo percorso la regina Niu è insidiata da personaggi che hanno in mente di violarla, finché non arriva nel Regno del Sacro Femminino. Infine torna dal Re, non prima di essere «disturbata» da un intero esercito, formato dai soldati di Cammellandia.

IN QUESTI PASSAGGI è interessante notare come le insidie violente, il «desiderio stupratore», arrivi sempre dall’esterno; concetto insito nella cultura cinese. Come scrive Vitiello nella postfazione, «la narrativa sadomasochistica – come sessualità periferica, come perversione – riflette qui un più ampio discorso culturale su dentro e fuori: sulla Cina e il suo Altro». Infine, il giovane Niu si sveglia e decide di dedicarsi all’isolamento e alla meditazione. Un percorso buddista, raccontato attraverso avventure erotiche e non solo, concepito come un rito di iniziazione verso lilluminazione a dimostrare la grandezza letteraria del 1600 cinese. Il ritrovamento del manoscritto, la sua traduzione e cura, sono raccontati da Giovanni Vitiello nell’introduzione, mentre nella postfazione l’opera viene inserita all’interno di un filone più vasto che concepisce l’utilizzo del principio erotico

per finalità puramente spirituali.

Altro elemento intrigante, nell’ottica di leggere l’opera come la manifestazione di elementi culturali cinesi meno conosciuti, è la contrapposizione, o sovrapposizione, tra il mondo maschile del Regno di Figlimaschi e il Regno del Sacro Femminino: a prima vista, infatti, i due regni sembrano paralleli. Ognuno è dotato di proprie «istituzioni» e usi, che appaiono a una prima vista totalmente uguali, benché appoggiati sulla diversità di genere. Ma non è così, perché istituzioni e privilegi alla fine li differenziano. «Gli uomini del regno di Figlimaschi godono non solo dei comuni privilegi della condizione maschile, ma si sono anche assicurati il potere femminile (sebbene per via indiretta) di generare». Come dimostra Niu, sono gli uomini e non le donne che ricorrono a un sogno che permette loro di unirsi a una donna e generare un figlio (consegnato da lei un anno dopo circa il concepimento). Al contrario, nel regno del Sacro Femminino, «il sistema riproduttivo è ancora l’arena di una donna, ma non può prescindere da un surrogato fallico» (le cui dinamiche le lasciamo scoprire al lettore del volume). Quello che ci interessa notare è che nel 1600, mentre ci si diverte con una grande ampiezza di dettagli omo-erotici, il desiderio femminile (e lesbico) sia del tutto assente.

Rosa rosa amore mio - Recensioni

Rosa rosa amore mio - Recensioni -          Orientalia editrice

2 MARZO 2015  di Marco Del Corona

Le vie dell'Asia - "Taiwan parla e scrive in catanese"

Si mise a fàrici i complimenti: “Prufissuri, certo ca parlate preciso a un libro stampato”». Sicilia? No: Taiwan. La Taiwan di Wang Zhenhe (1940-90), uno dei più importanti scrittori dell’isola rivendicata dalla Cina, ma di fatto indipendente dal 1949, del quale arriva ora “Rosa rosa amore mio” (Libreria Editrice Orientalia, pp. 356, euro 15). Un’isola per l’altra, l’Oriente che si fa Mediterraneo. È la strategia di Anna Di Toro per tradurre l’impasto linguistico della vicenda grottesca di una cittadina che durante la guerra del Vietnam attende soldati americani in licenza. Gran fermento tra notabili locali e prostitute, soprattutto. Se Wang ha utilizzato cinese mandarino, dialetto, anglismi e scorie della dominazione giapponese, così Di Toro, mischiando italiano e catanese, non s’è limitata a una traslazione geografica. Viene da ripensare all’iper-lombardo con il quale Furio Jesi rese la parlata bavarese del signor Permaneder ne “I Buddenbrook” di Thomas Mann (Garzanti). La Sicilia di Di Toro recupera così la polifonia di Wang e le sue implicazioni: i tic di una comunità chiusa, il confronto col diverso, le dinamiche tra i sessi e tra cittadini e potere. Funziona.

Twitter @marcodelcorona

Rosa rosa amore mio - Recensioni

Rosa rosa amore mio - Recensioni -          Orientalia editrice

Un interessante esperimento: la Cina "sicula" di Anna Di Toro in "Rosa rosa amore mio" di Wang Zhenhe

Rosa rosa amore mio

Roma, Orientalia , 2014

Anna Di Toro si deve essere proprio divertita a riscrivere in un mix di italiano e  dialetto siciliano, inframmezzato di anglicismi, questo romanzo taiwanese degli anni Ottanta, che racconta di un progetto di formazione (treininghe) di prostitute (caruse) destinate ad accogliere soldati americani in licenza dalla guerra del Vietnam.  Il riferimento è ad un episodio effettivamente accaduto nel 1968, l'inaugurazione a Hualian di un bar per gli americani

Turtti sappiamo quanto sia difficile tradurre o addirittura capire una barzelletta in lingua straniera, tante sono le sfumature e le sottigliezze che si devono conoscere per cogliere un gioco di parole o uno slittamento di significato. Altrettanto vale per un testo comico, tanto più se infarcito di espressioni dialettali o di una lingu reinventata come quella di Camilleri:  tant'è vero che ci chiediamo come se la cavino i traduttori per le versioni francesim inglesi o tedesche del Commissario Moltalbano.

Da buona linguista e sinologa stavolta Anna Di Toro ha trovato un escamotage per far apprezzare al lettore italiano uno scrittore cinese da lei molto amato. Lo ha riscritto e adattato al contesto siciliano, sua patria d'origine, usando il suo dialetto catanese di origine.

Ne esce fuori un pastiche intrigante che dovrebbe incuriosire non solo sinologi e filologi, ma sfidare il lettore comune di un mondo ormai GLOCAL.

L'autore nato nel 1940 e scomparso giovane nel 1990 sarebbe probabilmente anche lui intrigato dal ritrovare i suoi personaggi trasposti in figure della lontana isola Mediterranea: ma i rapporti tra Sicilia e civiltà cinese sono antichi, come molte tesi coordinate dalla Professoressa Di Toro all'Università per stranieri di Siena hanno documentato.E da buona siciliana Anna Di Toro si lancia in un lavoro creativo, nel suo catanese natio, per ritrovarsi in sintonia e non appiattire lo stile dell'autore. Una soluzione paradossale, da meditare, in cui si rinuncia a tradurre e si sceglie di ADATTARE, riadattando anche i riferimenti storici e culturali.

In  appendice dà conto minuziosamente del lavoro fatto, così come nella prefazione argomenta la sua scelta con riferimenti autorevoli ed esemplificazioni convincenti.

Resta però al lettore il dubbio se stia leggendo Wang Zhenhe o Anna Di Toro e se alcune felici invenzioni vadano accreditate all'uno o all'altra, pur nella godibilità dell'operazione.

(Silvia Calamandrei)